L'Afghanistan, fronte centrale della lotta al terrorismo secondo la "dottrina Obama", vede il proprio ruolo affiancato se non quasi superato dal vicino Pakistan. Oggi e domani a Washington il presidente americano riceverà a Washington il presidente pachistano Asif Ali Zardari e l'omologo afghano Hamid Karzai, per il primo vertice di politica estera della nuova amministrazione.
Ufficialmente il vertice sarà incentrato sulla cooperazione tra i due paesi mediorientali nella lotta al terrorismo, ma il nodo centrale da risolvere sarà l'arsenale nucleare del Pakistan, ra le 60 e le 100 testate, che rappresenta una grossa preoccupazione in un Paese in cui la presenza talebana si fa sempre più forte e il potere centrale sempre più debole, come hanno dimostrato anche i disordini di poche settimane fa. La vulnerabilità, la scarsa affidabilità, la poca compattezza dei vertici militari e politici di Islamabad, uniti alla crescente potenza dei militanti islamici e alle "limitate opzioni" degli Usa in Pakistan tracciano un quadro quanto mai incerto del futuro nella regione.
Altro problema deriva dal fatto che gli Usa non sanno dove sono dislocati i siti nucleari pakistani, e quindi non potrebbero intervenire con prontezza in caso la situazione politica del paese andasse in crisi. Durante l'amministrazione Bush, l'alleanza con il Pakistan di Musharraf era talmente vitale che gli Usa hanno preferito chiudere un occhio su tutte le problematiche del regime militare - dalla violazione dei diritti umani agli assassini politici - ma ora che a Washington la musica è cambiata e che a Islamabad la situazione è ancora più precaria un chiarimento è urgente.
Lo scenario più temuto, spiega un esperto dell'intelligence, è quello di un "incidente" creato ad arte (come ad esempio una disputa con la vicina India) che induca i militari pachistani a "muovere" le armi nucleari, rendendo così possibile un "furto" da parte dei gruppi terroristici. Non più di una settimana fa, il segretario di Stato Hillary Clinton, parlando a una commissione del Congresso, spiegava come l'arsenale pachistano sia "molto disperso sul territorio". Il sentimento antimericano in Pakistan è forte, e una presenza militare Usa nel Paese è impossibile. Gli strumenti nelle mani dell'amministrazione Obama si limitano al "denaro, al rifornimento di armi, al sostegno al governo e ai militari", secondo il Washington post. Obama è riuscito a varare un pacchetto di aiuti quinquennale di 7,5 miliardi di dollari per il Pakistan e, il mese scorso, la conferenza dei donatori di Tokyo ne ha promessi altri 5,5. Ma la fiducia americana nel governo di Zardari sta diminuendo e la Casa Bianca sta guardando con sempre più interesse al leader dell'opposizione, Nawaz Sharif, nel caso di un avvicendamento.
Si valuta se Sharif, visto con sospetto per i suoi legami con gli estremisti islamici, possa essere "riconvertito" ad alleato americano. Il terrore della Casa Bianca è che in Pakistan si ripeta un nuovo caso-Iran, e due esponenti di punta dell'amministrazione, il segretario alla Difesa Robert Gates e l'inviato per Afghanistan-Pakistan, Richard Holbrooke, hanno esortato a studiare il caso iraniano del 1979, quando l'ayatollah Khomeini istituì la Repubblica islamica a Teheran mettendo in scacco lo scià alleato con gli Usa e mettendo in crisi l'amministrazione di Jimmy Carter.
Il Giramondo su Twitter
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30/03/09
USA - Obama: niente truppe americane in Pakistan
Obama ha compunque ribadito di essere favorevole ai raid mirati contro i covi di terroristi. "Se individueremo un target di alto livello, dopo esserci consultati con il Pakistan, gli daremo la caccia", ha spiegato. Il presidente americano ha anche assicurato che gli Stati Uniti vogliono rispettare la sovranità nazionale del Pakistan: "Dobbiamo lavorare con loro e attraverso di loro per gestire Al Qaeda".
"Una delle nostre preoccupazioni" ha spiegato il presidente americano "è che negli ultimi anni si è creata tra i pakistani la sensazione che la guerra al terrorismo sia una faccenda dell'America, e che non riguardi loro. E penso che questo atteggiamento abbia portato a un aumento dell'estremismo che è la più grande minaccia per la stabilità del governo del Pakistan e soprattutto per il popolo pakistano".
Obama ha poi parlato del previsto aumento di truppe in Afghanistan, che sembra preludere ad un impegno a lungo termine "La storia dell'Afghanistan ci insegna che quel paese non è ben disposto verso l'intervento straniero. Per questo la parte centrale della nostra strategia è perparare l'esercito nazionale afghano ad affrontare l'aumento del terrorismo nei loro confini".
Per quanto riguarda l'Iraq, Obama ha confermato il piano di ritiro aggiungendo però che c'è ancora molto lavoro da fare, e che quindi il ritiro non subirà nessuna accelerazione.
09/03/09
USA - Obama disposto a trattare con i talebani
Obama ha spiegato come il dialogo abbia permesso di togliere alcuni insurrezionalisti iracheni dalle grinfie di Al Qaeda istituzionalizzandoli nel quadro politico, e ha previsto che possa funzionare anche in Afghanistan assieme con l'aumento delle truppe (17.000 soldati si aggiungeranno a quelli già presenti, in parte spostandoli dall'Iraq).
"La situazione in Afghanistan è più complicata che in Iraq" ha ammesso nell'intervista "ci sono regioni meno controllate e c'è una lunga storia di di forti contrapposizioni tra tribù, tribù che sono molteplici e che spesso operano per scopi contrapposti.
Gli strateghi americani dovranno a questo punto iniziare a identificare quali membri dei talebani potrebbero rientrare in un piano di pacificazione nazionale, un compito non facile in un paese senza legge e con molteplici feudi di insurrezione.
La situazione è complicata anche dal ruolo del Pakistan, il cui governo è stato aspramente criticato da Kabul e dagli americani per proprio per aver stretto accordi con alcuni leader locali talebani nella valle dello Swat, una zona in cui sono state imposte le leggi islamiche. Il Pakistan ha assicurato di non aver stretto patti con i talebani ma di aver cercato di mediare tra i talebani e gli islamici locali.
Nell'intervista, Obama ha anche parlato della cattura di terroristi all'estero, e anche in paesi che potrebbero non voler collaborare con gli Usa "Ci potrebbero essere situazioni - e sottolineo il condizionale, perchè ancora non abbiamo stabilito niente - in cui, mettiamo che ci sia un noto membro di Al Qaeda che viene avvistato in un paese con cui non abbiamo accordi di estradizione o che potrebbe non volerlo perseguire. Penso che dobbiamo prendere in considerazione questo tipo di scenario" ribadendo più tardi che l'America "non tortura", e che tutti i detenuti in mano statunitense devono vedersi riconosciuto tramuite l'habeas corpus il diritto a rispondere alle accuse.
Alle accuse di non aver preso abbastanza le distanze dalla dottrina di Bush e della CIA di Hayden sulle detenzioni di presunti terroristi, Obama ha spiegato che erano stati proprio Bush e la CIA, negli ultimi anni, a tornare indietro e rinunciare a molte delle decisioni prese sull'onda dell'11 settembre 2001.
Fonte: New York Times
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