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    17/06/09

    Iran: e dopo le proteste?

    Mentre le rivolte e le proteste per i risultati elettorali non accennano a finire, i commentatori si interrogano sul futuro dell'Iran. Il movimento, perlopiù non organizzato, sviluppatosi in campagna elettorale attorno a Moussavi anzichè essere spazzato via dalla repressione del regime ha dimostrato una propria forza, con cui il governo di Teheran si trova a dover fare i conti. Si tratta della più grande manifestazione di protesta dai tempi della rivoluzione islamica, e per la prima volta il regime non riesce a contenere la fuoriuscita di notizie - anche grazie ai nuovi media e in particolare a Twitter. Poche speranze vengono riposte nella riconta dei voti, sia perchè il compito è affidato al Consiglio dei Guardini, nominati da Khamenei, sia perchè per votare bisognava crivere “4” sulla scheda, per Ahmadinejad “44”, e sarà quindi impossibile stabilire se le schede sono state truccate. Anche se la repressione dovesse fare il suo corso, quanto sta accadendo in questi giorni potrà minare le fondamenta del regime degli ayatollah, che negli ultimi quattro anni ha trovato un equilibrio perfetto con l'alleanza tra il presidente Ahmadinejad e la guida suprema Ali Khamenei. Per una guida alle cariche iraniane suggerisco l'esaustivo articolo de La stampa.
    Anche se Khamenei ha un potere pressochè assoluto sulle forze armate, sui media e sulla Giustizia, deve fare i conti con un (unico) contrappeso, rappresentato dall'Assemblea degli Esperti, un organismo di 86 religiosi che hanno il potere di nominare la Guida Suprema e anche quello di revocare il mandato, che altrimenti è a vita. Capo degli Esperti è l'ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, rivale storico di Khamenei. Rafsanjani contese a Khamenei il titolo di Guida Suprema alla morte di Khomeini, e durante i due mandati da presidente negli anni '90 provò a contrastare il conservatorismo radicale della Guida Suprema tentando un blando piano riformista. Nel 2005 Rafsanjani venne sconfitto da Ahmadinejad e anche in quel caso si parlò di brogli. Anche se sembra difficile che il Consiglio possa revocare il mandato di Khamenei, in molti fanno notare che sotto le battaglie politiche ci sono molti interessi economici (Khamenei e Rafsanjani sono tra gli uomini più ricchi dell'Iran), e questo potrebbe smuovere gli ayatollah più della religione e della politica, visto che l'intransigenza di Khamanei e Ahmadinejad sta creando grossi danni negli affari iraniani con gli investitori stranieri.
    Quello in atto dunque sarebbe uno scontro di potere tra due caste, quella dei sacerdoti e quella dei militari, ed in gioco ci sarebbe la natura stessa della dittatura. Da una parte i "riformisti" Rafsanjani, Khatami e Moussavi; dall'altra, la Guida Suprema Khamenei, che avrebbe deciso di servirsi di Ahmadinejad e delle forze militari e di sicurezza a lui fedeli, per liberarsi degli avversari all'interno del clero sciita.
    Il fatto che un esponente di spicco come Ali Larijiani, presidente del Parlamento iraniano, nonché ex negoziatore nucleare e alleato di Ahmadinejad, abbia pubblicamente preso le distanze da Khamenei fa pensare che si stia candidando per un eventuale successione come Guida Suprema.

    14/06/09

    Iran: Moussavi è libero e chiede nuove elezioni

    Si sono rivelate infondate le voci che volevano Mir Hossein Moussavi agli arresti dopo la fine delle elezioni. Il principale oppositore di Ahmadinejad è libero, al contrario di molti esponenti politici vicini all'ex presidente Khatami, arrestati oggi dall'esercito, così come quasi duecento manifestanti scesi in piazza in questi giorni.
    Moussavi ha incitato i suoi sostenitori a proseguire una "civile" protesta e ha intimato alla polizia di fermare le violenze contro i manifestanti. Moussavi ha poi annunciato di aver presentato al Consiglio dei guardiani una richiesta per annullare i risultati dell’elezione, a causa dei brogli. Moussavi ha affermato che solo l'annullamento delle elezioni potrà ristabilire la fiducia del popolo nei confronti del governo.
    Intanto domenica è arrivata la prima presa di posizione ufficiale degli USA nei confronti delle elezioni iraniane. Il vicepresidente Joe Biden, intervistato a "Meet the press", ha affermato di avere una "spaventosa mole di dubbi". "C'e' una spaventosa mole di domande in sospeso riguardo al modo con cui sono state gestire queste elezioni" ha detto Biden alla Nbc, aggiungendo però che gli Stati Uniti e gli altri paesi hanno bisogno di più tempo per analizzare i risultati e dare un giudizio definitivo.

    13/06/09

    Iran nel caos: Moussavi arrestato?

    Dopo la proclamazione della vittoria di Ahmadinejad nelle elezioni iraniane le strade di Teheran si sono riempite di manifestanti, sostenitori di Moussavi e convinti che l'attuale presidente abbia alterato il risultato elettorale con l'aiuto dei pasdaran e con il tacito consenso dell'ayatollah Khamenei.
    Poco dopo il discorso con cui Ahmadinejad ha ufficializzato la propria rielezioni - con il 62,23% dei voti contro il 33,75 di Moussavi - le proteste nelle strade, sempre più violente, sono state sedate nel sangue dall'intervento della polizia.
    La vittoria di Ahmadinejad, scrive il "New York Times", è stata uno shock per l'opposizione, che aveva sperato in un risultato ben diverso dopo che i sondaggi davano a Moussavi un ampio margine di vantaggio.
    Al momento la situazione nella capitale iraniana è confusa sotto il punto di vista delle comunicazioni: i collegamenti internet sono rallentati e quasi bloccati, i cellulari sono inutilizzabili e le notizie che filtrano all'esterno, anche da parte degli inviati stranieri, sono pochissime. Tra le notizie tutte da verificare c'è quella, rilanciata dalla stampa stanutitense, secondo cui Moussavi sarebbe stato messo agli arresti, presumibilmente con l'accusa di aver fomentato gli scontri.
    Moussavi, prima del blackout delle comunicazioni, aveva rivolto un appello per evitare che l'Iran cada nella tirannide. Un appello che all'occidente può sembrare paradossale, visto che l'ex Persia è tutt'altro che una democrazia, ma che sta a significare che in queste ore stiamo probabilmente assistendo ad un cambiamento epocale nel livello di dittatura dell'Iran, che fino ad ora è stata una repubblica islamica in cui la figura dell'ayatollah è al di sopra delle leggi ed ha diritto di veto su ogni decisione del governo, ma la rappresentatività del popolo è sempre stata riconosciuta tramite elezioni, per quanto "pilotate" (i candidati vengono selezionati in base all'aderenza ai principi della repubblica islamica).

    12/06/09

    Iran: è già scontro sui risultati

    http://markhalperin.files.wordpress.com/2009/06/mousaviahmadinejad.jpg
    Neanche il tempo di chiudere i seggi (con ore di ritardo a causa della folla di elettori presentatasi alle urne) e già in Iran si litiga su chi ha vinto le presidenziali.
    Lo sfidante Mirhossein Mousavi ha indetto una conferenza stampa poco dopo la chiusura delle urne annunciando di essere il "vincitore certo" delle elezioni con circa il 65% dei voti, e ha anche denunciato irregolarità nelle operazioni, con i suoi rappresentanti tenuti fuori dai seggi. Mentre dagli Usa la Casa Bianca diramava una nota in cui Barack Obama esprimeva speranza di un cambiamento in Iran, l'agenzia stampa iraniana Irna ha diramato un comunicato in cui si dichiara che, con il 20% di schede scrutinate, Ahmadinejad ha il 69% dei voti, contro il 28% di Mousavi. Questo dato, anche se ufficiale, non può non destare sospetti, non solo perchè è molto diverso dalle aspettative di voto (l'alta affluenza è vista unanimemente come favorevole allo sfidante) ma soprattutto perchè le prime sezioni ad essere scrutinate sono state quelle delle zone metropolitane, in cui tradizionalmente Ahmadinejad è meno forte.

    11/06/09

    Iran alle urne

    Si è chiusa una campagna elettorale tra le più dure della breve storia della repubblica islamica dell'Iran. Attacchi duri fra i candidati, cui si è aggiunta una inedita polemica fra due colonne storiche del regime: l'ex presidente Akbar Rafsanjani e l'ayatollah Ali Khamenei. Le piazze sono invase da sostenitori di Ahmadinejad, che corre per un secondo mandato, e del suo piu' temibile avversario, il conservatore moderato Mir Hossein Mussavi.
    Finora tutti i presidenti iraniani presentatisi per un secondo mandato sono stati rieletti, ma Ahmadinejad rischia seriamente di interrompere la tradizione. Può ancora contare sui suoi fedelissimi - essenzialmente le vaste popolazioni delle zone rurali - ma deve fare i conti con una montante opposizione da parte dei giovani, degli studenti universitari e delle popolazioni delle zone metropolitane. Gli oppositori del regime, finora numerosi ma disorganizzati, si sono coalizzati attorno alla figura di Mir-Hussein Moussavi (foto), 67 anni, conservatore moderato e ultimo primo ministro della repubblica islamica prima che la carica venisse abolita nel 1989. E proprio dal 1989 Moussavi è assente dalla scena politica, anche se è stato l'artefice della prima elezione nel 1997 del suo braccio destro Mohammad Khatami. Nel 2005 rifiutò di presentarsi contro Ahmadinejad, ma quest'anno è riuscito a mettere in piedi un'organizzazione "dal basso" con un programma riformista e "di sinistra" (ma comunque all'interno della formula di stato religioso). Ha schierato in campo, fenomeno mai visto prima in Iran, sua moglie Zahra Rahnavard, artista capace di diventare l'unica donna rettore universitario del Paese. Tanta gente è scesa in piazza per sostenerlo, facendo parlare alcuni di una sorta di 'effetto Obama' in Iran.
    Circa 45mila urne verranno aperte il 12 giugno ai 46 milioni di aventi diritto al voto, dalle otto del mattino fino alle sei di questa sera. Se nessuno dei quattro candidati otterrà al primo turno la maggioranza assoluta dei voti, si terrà il ballottaggio tra i primi due candidati il 19 giugno prossimo.
    Un altro candidato con qualche chance è Moshen Rezaei, militarefino al 1997 e stretto collaboratore dell'ayatollah Khomeini, che rappresenta l'opposizione "di destra" a Ahmadinejad, una destra pragmatica che vorrebbe eliminare l'attuale presidente reo, con le sue esternazioni in politica estera, di allontanare investitori e businnes. Il quarto tra i maggiori candidati è Mehdi Karroubi, altro riformista, arrivato terzo alle elezioni di 4 anni fa ma ora schiacciato dalla figura di Moussavi. Proprio la contemporanea candidatura di due importanti esponenti potrebbe però spaccare il fronte riformista favorendo Ahmadinejad. E intanto il capo dei pasdaran, i guardiani della rivoluzione vicini al presidente, ha affermato che "Sara' stroncato sul nascere ogni tentativo di provocare in Iran una rivoluzione di velluto".

    09/06/09

    Libano: maggioranza assoluta ai filo-occidentali

    Al termine dello spoglio per le elezioni in Libano, i risultati ufficiali confermano la netta vittoria del blocco filo-occidentale ed anti-siriano capeggiato da Saad Hariri, che molto probabilmente diventerà il prossimo premier.
    I risultati mostrano che la coalizione a guida sunnita capeggiata da Saad Hariri ha ottenuto 71 seggi su 128 in parlamento contro i 57 dell'Alleanza di Hezbollah. Baroud si e' detto soddisfatto riguardo allo svolgimento delle consultazioni nonostante alcuni problemi riscontrati nell'organizzazione. Numerose sono state anche le irregolarità riscontrate durante le elezioni, compreso l'acquisto di voti e la violazione del silenzio stampa da parte dei media. Lo ha denunciato la Lebanese Transparency Association (Lta) che ha monitorato le elezioni con 2500 osservatori in tutto il Paese. Dal rapporto finale emerge che il 21% degli elettori ha dichiarato di aver subito pressioni nella scelta del voto da parte di rappresentati e volontari dei partiti presenti ai seggi. Inoltre sono stati numerosi i casi di aggressioni, verbali e fisiche, scoppiate tra elettori, membri dei diversi partiti ed esercito.
    Il risultato del voto è un duro colpo per Siria e Iran, che sostengono Hezbollah, e una buona notizia per Usa, Arabia Saudita ed Egitto, che appoggiano invece il blocco "14 Marzo", che prende il suo nome dall'enorme manifestazione del 2005 contro la presenza militare siriana.
    ''La nostra speranza e' che il prossimo governo continui sulla strada delle costruzione di un Libano sovrano, indipendente e stabile'' ha commentato il presidente Usa Barack Obama ''C'è un solo standard da seguire per coloro che detengono il potere. Bisogna governare con il consenso e non con la coercizione''.
    Il 39enne Hariri, figlio dell'ex premier Rafik ucciso in un attentato nel 2005 ha dichiarato subito dopo il voto "Non ci sono né vincitori, né vinti. Ha vinto il Libano" e si è detto pronto al dialogo con hezbollah, i grandi sconfitti di queste elezioni, anche a causa della sconfitta del cristiano Michel Aoun, loro alleato, in due importanti circoscrizioni elettorali.
    Pur ammettendo la sconfitta elettorale della sua coalizione, Hezbollah difende la resistenza libanese, definendola “una scelta popolare” che ha trovato riprova nelle urne.
    “Accettiamo i risultati ufficiali con fair-play e in maniera democratica”, ha detto il segretario generale del movimento sciita, Hassan Nasrallah, precisando che "la scelta delle resistenza non è la scelta di un gruppo armato, ma una scelta popolare confermata dal voto".

    08/06/09

    Elezioni europee: i risultati

    Austria
    Ovp (Partito popolare): 29,7% - 6 seggi
    Spo (Socialdemocratici): 23,8% - 5 seggi
    Martin (Euroscettici): 17,9% - 3 seggi
    Fpo Partito della libertà (Nazionalisti): 13,1% - 2 seggi
    Ovp: 9,5% - 1 seggio

    Belgio
    CVD (Democratici cristiani fiamminghi): 15,13%
    VLD (Democratici liberali fiamminghi): 13,02%
    VB (Interesse fiammingo): 10,28
    PS (Partito socialista vallone): 10,19%
    MR (Movimento riformista vallone): 9,14%
    SPA/Spirit (Alternativa sociale fiamminga): 8,53%
    Ecolo (Verdi valloni): 8,1%
    NVA (Nuova alleanza fiamminga): 6,4%

    Bulgaria
    GERB (Popolari): 24,5% - 5 seggi
    BSP (Socialisti): 18,6% - 4 seggi
    DPS (Diritti e libertà): 14,2 - 2 seggi
    NUA (Euroscettici): 11,3% - 2 seggi
    NDSV (Movimento nazionale Simeone II): 8% - 2 seggi
    SDS-DSB (Riformisti): 8% - 1 seggio

    Repubblica Ceca
    ODS (Partito Democratico civico): 31,5% - 9 seggi
    CSSD (Socialisti): 22,4% - 7 seggi
    KSCM (Comunisti): 14,2% - 4 seggi
    KDU-CSL (Democratici cristiani): 7,6% - 2 seggi

    Danimarca
    A (Socialdemocratici): 20,9% - 4 seggi
    V (Sinista liberale): 19,6% - 3 seggi
    F (Socialisti popolari): 15,4% - 2 seggi
    O (Partito del popolo): 14,8% - 2 seggi
    C (Conservatori): 12,3% - 1 seggio
    N (Euroscettici): 7% - 1 seggio

    Finlandia
    Kok (Popolari): 23,2% - 3 seggi
    SK (Liberaldemocratici): 19% - 2 seggi
    Sdp (Socialdemocratici): 17,5% - 2 seggi
    PS-KD (Popolari): 14% - 2 seggi
    Vhr (Verdi): 12,4% -2 seggi
    SFP (Popolari): 6,1% - 1 seggio

    Germania
    CDU (Cristiano democratici): 30,7% - 34 seggi
    SPD (Socialisti): 20,8% - 23 seggi
    Grune (Verdi): 12,1% - 14 seggi
    FPD (Liberali): 11% - 12 seggi
    Die linke (Comunisti): 7,5% - 8 seggi
    CSU (Cristiano sociali): 7,2% - 8 seggi

    Estonia
    KE (Popolari): 26,1% - 2 seggi
    I. Tarand (Indipendenti di sinistra): 25,8% - 1 seggio
    ER (Riformatori): 15,3% - 1 seggio
    IRL (Nazionalisti): 12,2% - 1 seggio
    SDE (Socialdemocratici): 8,7% - 1 seggio

    Irlanda
    Fin Gael (Democratici): 29,1% - 4 seggi
    Fianna Fail (Popolari): 24,1% - 3 seggi
    Laburisti: 13,9% - 2 seggi
    Indipendentisti: 11,4% - 1 seggio
    Sinn Fein (Sinistra): 11,2% - 1 seggio

    Grecia
    Pasok (Socialisti): 36,2% - 9 seggi
    ND (Democratici): 34% - 7 seggi
    KKE (Comunisti): 7,8%- 3 seggi
    LAOS (Popolari ortodossi): 7% - 2 seggi
    OP (Verdi): 3,5% - 1 seggio

    Spagna
    PP (Popolari): 42,2% - 23 seggi
    Psoe (Socialisti): 38,5% - 21 seggi
    Cpe (Europeisti liberaldemocratici): 5,1% - 2 seggi
    IU-ICV-EUIA-BA (Verdi): 3,7% - 2 seggi
    UPD (Democratici): 2,9% - 1 seggio

    Francia
    UMP (Popolari): 28% - 30 seggi
    PSE (Socialisti): 16,8% - 14 seggi
    Europe Ecologie (Verdi): 16,2% - 14 seggi
    MoDem (Democratici): 8,5% - 6 seggi
    Fronte Nazionale: 6,5% - 3 seggi
    FG (Comunisti): 6,3% - 4 seggi

    Italia
    Popolo della libertà: 35,3% - 29 seggi
    Partito Democratico: 26,1% - 22 seggi
    Lega Nord: 10,2% - 9 seggi
    Italia dei valori: 8% - 7 seggi
    Unione di centro: 6,5% - 5 seggi

    Cipro
    Disy (Democratici): 35,7% - 2 seggi
    Akel (Progressisti): 34,9% - 2 seggi
    DiKo (Democratici): 12,3% - 1 seggio
    Edek (Socialdemocratici): 9,9% - 1 seggio

    Lettonia
    PS (Nazionalisti): 24,3% - 2 seggi
    SC (Centristi): 19,5% - 2 seggi
    Pctvi (Verdi): 9,6% - 1 seggio
    Lpp/Lc (Democratici e liberali): 7,5% - 1 seggio
    TB/LNKK (Euroscettici): 7,5% - 1 seggio
    JI (Popolari): 6,7% - 1 seggio

    Lituania
    Ts-Lkd (Conservatori): 26,8% - 4 seggi
    Lspd (Socialdemocratici): 18,6% - 3 seggi
    TT (Nazionalisti): 12,2% - 2 seggi
    DP (Laburisti): 8,8% - 1 seggio
    LLRA (Partito della minoranza polacca): 8,5% - 1 seggio
    LRLS (Liberali): 7,3% - 1 seggio

    Lussemburgo
    CSV (Cristiano sociali): 31,3% -3 seggi
    Lsap (Socialisti): 19,4% - 1 seggio
    DP (Democratici): 18,7% - 1 seggio
    Dei Greng (Verdi): 16,8% - 1 seggio

    Ungheria
    Fidesz-Kdnp (Popolari): 56,4% - 14 seggi
    Mszp (Socialisti): 17,4% - 4 seggi
    Jobbink (Nazionalisti): 14,8% - 3 seggi
    Mdf (Popolari): 5,3% - 1 seggio

    Malta
    PL-Mlp (Laburisti): 55% - 3 seggi
    PN (Popolari): 40,5% - 2 seggi

    Olanda
    Cda (Cristiano democratici): 19,9% - 5 seggi
    Pvv (Nazionalisti): 17% - 4 seggi
    Pvda (Socialisti): 12,1% - 3 seggi
    Vvd (Nazionalisti): 11,4% - 3 seggi
    Democratici 66: 11,3% - 3 seggi
    Groenlinks (Verdi): 8,9% - 3 seggi
    SP (Socialisti): 7,1% - 2 seggi
    Cu-Sgp (Liberaldemocratici): 6,9% - 2 seggi

    Polonia
    PO (Popolari): 44,4% - 25 seggi
    PIS (Nazionalisti): 27,4% - 15 seggi
    SLD - Up (Socialisti): 12,3% - 7 seggi
    Psl (Popolari): 7% - 3 seggi

    Portogallo
    PPD/PSD (Popolari e socialdemocratici): 31,7% - 8 seggi
    PS (Socialisti): 26,6% - 7 seggi
    Be (Comunisti): 10,7% - 3 seggi
    CDU (Sinistra): 10,7% - 2 seggi
    CDS-PP (Popolari): 8,4% - 2 seggi

    Regno Unito
    Conservatori: 27% - 25 seggi
    Ukip (Indipendentisti): 16,1% - 13 seggi
    Laburisti: 15,3% - 13 seggi
    Liberaldemocratici: 13,4% - 11 seggi
    Verdi: 8,4% - 2 seggi
    Bnp (Nazionalisti): 6% - 2 seggi
    Snp (Nazionalisti scozzesi): 2% - 2 seggi
    EngDem: 1,8% - 1 seggio
    No2Eu (Euroscettici): 1% - 1 seggio
    PLAID: 0,8% - 1 seggio

    Romania
    Psd-Pc (Socialisti): 30,8% - 11 seggi
    Pd-L (Popolari): 29,85 - 10 seggi
    Pnl (Liberaldemocratici): 14,5% - 5 seggi
    Udmr (Popolari): 9,1% - 3 seggi
    Prm (Nazionalisti): 8,7% - 3 seggi
    Lista Elena Basescu: 4,2% - 1 seggio

    Slovacchia
    Smer (Socialisti): 32% - 5 seggi
    SDKU (Popolari): 17% - 2 seggi
    SMK - MPK (Popolari): 11,3% - 2 seggi
    KDH (Popolari) : 11% - 2 seggi
    HZDS (Liberaldemocratici): 9% - 1 seggio
    Sns (Popolari): 5,6% - 1 seggio

    Slovenia
    SDS (Popolari): 26,9% - 2 seggi
    SD (Socialdemocratici): 18,5% - 2 seggi
    N.Si (Nazionalisti): 16,3% - 1 seggio
    Lds (Liberaldemocratici): 11,5% - 1 seggio
    Zares (Nazionalisti): 9,8% - 1 seggio

    Svezia
    Sap (Socialisti): 24,6% - 5 seggi
    M (Popolari): 18,8% - 4 seggi
    FP (Liberaldemocratici): 13,6% - 3 seggi
    MP (Verdi): 10,8% - 2 seggi
    Partito pirata: 7,1% - 1 seggio
    V (Socialisti): 5,6% - 1 seggio
    C (Liberaldemocratici): 5,5% - 1 seggio
    Kd (Cristiano democratici): 4,7% - 1 seggio

    14/05/09

    India - In testa il partito di Sonia Gandhi

    Il partito del Congresso di Sonia Gandhi e' in testa alle elezioni indiane, secondo un exit poll diffuso dalle televisioni indiane. Il partito della Gandhi e i suoi alleati riuniti nella United Progressive Alliance (Upa) avrebbero dai 195 ai 201 seggi; la National Democratic Alliance, guidata dalla destra nazionalista indu' del Bharatiya Janata Party, dai 189 ai 195 seggi. Se cosi' fosse, nessuno dei due grandi schieramenti avrebbe la maggioranza necessaria per governare, 272 seggi (Fonte: Ansa).
    Le elezioni sono durate un intero mese, suddivise in cinque tornate elettorali, e i risultati definitivi sono attesi sono per sabato. Si stima che ben 714 milioni di elettori, dei 750 aventi diritto, abbiano depositato la scheda negli 828mila seggi.
    Il risultato incerto delle elezioni è dovuto anche all'inedita quantità di partiti che si sono presentati ai nastri di partenza: tra questi, i due partiti così detti nazionali, l’India National Congress (Inc) ed il Bharatya Janata Party (Bjp); i tre partiti comunisti che sono ben rappresentati in Kerala e West Bengal e presenti in molti altri stati; i nuovi partiti dei fuori-casta sviluppatisi nell’ultimo ventennio ed al governo nel Bihar ed in Uttar Pradesh (Fonte: Asianews).
    Le due alleanze che prima costituivano il governo, United Progressive Alliance (UPA) e l’opposizione National Democratic Alliance (NDA) si sono praticamente dissolte, con qualche eccezione, ed ogni partito si è presentato da solo all’elettorato.
    Se i sondaggi dovessero essere confermati, al partito della Gandhi toccherà l'onere e l'onore di cercare di mettere insieme una maggioranza per formare il governo per i prossimi cinque anni. Rientrebbero in gioco quindi i partiti minori, e si potrebbe andare incontro ad alleanze eterogenee tra partiti laici e partiti religiosi, come il Bjp, o ad un ritorno al governo dei comunisti, che per quattro anni sono stati al governo col partito del Congresso e poi l’hanno lasciato per protesta contro il patto nucleare con gli Stati Uniti, e ora invece parlano di una possibilità di governo senza Congress e senza Bjp, con un’alleanza coi partiti dei fuori-casta. Oppure i comunisti potrebbero rientrare nel Congress, ma come condizione vorrebbero un nuovo premier al posto di Manmohan Singh.

    31/03/09

    Europa - Domenica di elezioni: i risultati

    E' stata una domenica elettorale in due Stati europei, e in un territorio africano che però appartiene alla Francia.
    Le consultazioni più importanti sono state tenute in Turchia, dove in una sorta di Election Day si sono svolte le elezioni amministrative che sono servite a tastare il polso della popolazione nei riguardi del governo Erdogan. Il premier in carica sperava di migliorare il risultato delle politiche del 2007, quando aveva raggiunto il 46,65%, avvicinandosi così alla maggioranza assoluta dell'elettorato.
    Non è stato così, e anche se lo spoglio dei risultati è andato molto a rilento sembra proprio che il partito islamico moderato guidato da Erdogan, l'Akp, è al 40,16 per cento con il 97 per cento delle schede scrutinate. Un risultato inferiore di circa sette punti rispettoal 2007 che ha indotto il candidato sindaco di Istanbul del Partito repubblicano del popolo (Chp), Kemal Kilicdaroglu, a sostenere che la formazione di Erdogan “è in declino”. Lo stesso premier si è detto insoddisfatto, sia della flessione registrata dal suo partito sia della mancata elezione dei suoi candidati a primo cittadino in città come Diyarbakir (dove ha dominato una formazione curda) o Antalya.
    Ciononostante Erdogan, che paga oltre alla crisi economica anche un certo atteggiamento di insofferenza alle critiche, può dirsi soddisfatto perchè lo stesso Chp, principale partito di opposizione, pur crescendo di 7 punti raggiunge appena il 28%, e potrebbe rappresentare un'alternativa di governo solo sommando i propri voti al movimento nazionalista Mhp, che ha il 15%. Inoltre l'Akp conserva le città di Ankara e Istanbul.
    Un black-out elettrico nel quartiere della capitale in cui si trovano gli uffici per il conteggio del voti ha spinto il candidato sindaco di Ankara Murat Karayalcin a ipotizzare brogli elettorali.
    Come purtroppo da tradizione, le elezioni sonos tate segnate da scontri e attentati. Il bilancio è di almeno sei morti ed oltre 50 feriti. Nelle amministrative del 2004 le vittime erano state otto e i feriti più di un centinaio.

    Decisamente più plebiscitario il risultato delle elezioni politiche in Montenegro, dove i quasi 500.000 elettori hanno consegnato una netta maggioranza al premier uscente Milo Djukanovic e alla sua coalizione di centrosinistra guidata dal Partito socialista democratico. Anche qui lo spoglio è andato a rilento, ma sembra che la coalizione Per un Montenegro europeo monopolizzata da Djukanovic abbia conquistato il 51,1% dei voti. I seggi ottenuti dovrebbero essere 49 su un totale di 81, quindi iù dei 41 che Djukanovic già controllava nella precedente legislatura, interrotta per elezioni anticipate proprio per avere una maggioranza più salda.
    Questo consenso è sufficiente non solo a governare da solo ma anche a traghettare la più piccola delle repubbliche ex jugoslave verso l'Unione europea. Djukanovic ha presentato domanda di adesione all'Ue nel dicembre scorso, ottenendo dalla Repubblica ceca, presidente di turno dell'Ue, l'impegno di accelerare il processo di integrazione osteggiato invece dalla Germania e dall'Olanda.

    Si è votato infine anche nella piccola isola di Mayotte, ex colonia francese al largo delle coste del Madagascar. Il referendum chiedeva ai 71.000 elettori di scegliere se preferivano l'indipendenza o di continuare ad essere territorio francese. Il 95% ha scelto di diventare il 101esimo dipartimento della repubblica Francese e il quinto dominio d'Oltremare dopo Guyana, Réunion, Guadalupa, e Martinica. Si conclude così un itinerario amministrativo cominciato nel 1974, quando gli abitanti di Mayotte decisero di restare legati alla Francia colonizzatrice e di non scegliere l'indipendenza come le altre isole delle Comore. L'unione africana e i paesi vicini considerano Mayotte un "territorio occupato".

    28/02/09

    Diario della settimana

    Spagna: domenica elettorale nei Paesi Baschi, dove il 1 marzo si voterà per il rinnovo del governo regionale. E i separatisti dell'Eta si sono fatti sentire attaccando le votazioni. Si tratta di elezioni "antidemocratiche" e di una "frode politica" dalle quali risultera' "un parlamento fascista", si legge nel comunicato che accusa di "collaborazionismo" i nazionalisti moderati del Pnv, il Partito nazionalista basco attualmente alla guida del governo regionale. Le elezioni di domenica saranno le prime dopo 30 anni senza nessuna sigla politica riconducibile all'Eta, il gruppo separatista responsabile di oltre 800 morti in decenni di attentati terroristici. Per la prima volta in 30 anni i sondaggi indicano una caduta di consensi per il Pnv e i suoi alleati nazionalisti dell'Ea e dell'Iu finora al governo. Salgono invece i socialisti del Psoe del primo ministro Jose Luis Zapatero che potrebbero ottennere l'appoggio del partito Popolare del leader dell'opposizione Mariano Rajoy, per un primo governo basco senza forze nazionaliste. Domenica elettorale anche in Galizia: si tratta del primo test per la tenuta del governo Zapatero dall'avvio della crisi economica.

    Israele: il primo ministro incaricato Netanyahu ha annunciato che le trattative per convincere il partito Kadima di Tzipi Livni ad entrare in un governo di unità nazionale sono ufficialmente fallite. ''Sono venuta per la seconda volta da Netanyahu - ha detto la Livni - per sentire quale sia la sua visione, quale strada intenda intraprendere. L'incontro si è concluso senza intese sulle questioni principali: quello politico (ossia dei negoziati, ndr) e la riforma istituzionale''. ''La formula dei 'due Stati per i due popoli' - ha proseguito la Livni - non è uno slogan privo di contenuto. Da parte sua un dirigente del Likud, Benny Begin (figlio del fondatore del partito, Menachem Begin) ha osservato che un accordo israelo-palestinese non è comunque prevedibile per il prossimo futuro. "Le perplessità della Livni sono in parte artificiose" ha detto Begin Jr. alla radio militare.

    Sierra Leone: Issa Sesay, Morris Kallon e Augustine Gbao, leader dei ribelli sierraleonesi del Revolutionary United Front (Rfu), sono stati giudicati colpevoli di crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi durante la guerra civile che tra il 1991 e il 2002 ha insanguinato il paese. Sebbene le pene inflitte saranno rese note solo a marzo, la Corte speciale di Freetown, appoggiata dalle Nazioni Unite, ha ritenuto i tre uomini responsabili di aver commesso e ordinato omicidi e stupri di massa, mutilazioni sistematiche, atti di terrorismo, attacchi contro i peacekeeper, riduzione in schiavitù e altri trattamenti inumani e di aver arruolato bambini soldato.

    Spagna: il ministro della Giustizia spagnolo, Mariano Fernandez Bermejo, ha annunciato le proprie dimissioni. Bermejo è stato negli ultimi giorni al centro di violente polemiche per avere partecipato ad una partita di caccia in Andalusia con il giudice Baltasar Garzon, titolare di una inchiesta su episodi di presunta corruzione in ambienti vicini al Partido Popular, il principale movimento di opposizione al premier Zapatero.. Il governo ha immediatamente nominato Francisco Caamano, attualmente segretario di Stato per le relazioni con il Parlamento, al posto del ministro.

    Austria: domenica elettorale in Carinzia e a Salisburgo. In Carinzia si tratta del primo test per i nazionalisti della BZÖ dopo la morte del suo leader e governatore della regione Jorg Haider, vittima lo scorso ottobre di un incidente d'auto. Il partito è attualmente guidato dal nuovo governatore Gerhard Dorfler e dalla vedova di Haider, Claudia.

    11/02/09

    Le elezioni in Israele stroncano le speranze di pace

    di Tim McGirk (TIME)

    Le elezioni di martedì in Israele si sono concluse in pratica con un pareggio e i due principali candidati - Tzipi Livni del partito centrista Kadima e Banjamin Netanyahu dei falchi del Likud - si dichiarano entrambi vincitori.
    Questo risultato potrebbe rivelarsi il peggior esito possibile per Israele, preludendo a settimane di agitazione politica e annullando i tentativi dell'amministrazione di Barack Obama di riaprire i negoziati di pace in Medio Oriente. Chiunque salga al potere, dovrà infatti fare i conti con una coalizione di governo combattiva. Nel passato, i piccoli partiti hanno tenuto in ostaggio governi di destra e di sinistra dettando l'agenda.
    In quanto partito di maggioranza relativa, Kadima cercherà di ottenere dal presidente Shimon Peres un mandato per formare quello che la Livni chiama "un governo di unità nazionale formato da Kadima e dai grandi partiti di destra e sinistra". E' un'opzione logica, ma la Livni non ha il sostegno degli altri partiti. Per cominciare, dovrebbe convincere Netanyahu a unirsi a lei. I due partiti condividono gran parte del programma e dell'ideologia - Kadima è nata da una costola moderata del Likud - e in teoria potrebbero formare insieme un solido governo di centro-destra. Ma l'antagonismo dei due leader rende un accordo molto difficile: Netanyahu, ad esempio, ha rifiutato ogni dibattito pubblico con la Livni, ed entrambi non si sono risparmiati in attacchi personali.
    Netanyahu, che ha già guidato il Paese, afferma che sarà lui il prossimo premier. Potrebbe avere ragione, perchè ha le migliori possibilità di mettere insieme una coalizione di destra con i piccoli partiti religiosi e gli ultranazionalisti di Yisrael Beitenu, diventati il terzo partito davanti ai laburisti. [...]
    La svolta a destra è uno schiaffo alle speranze del presidente Obama di una pace duratura tra il prossimo governo israeliano, i palestinesi e i confinanti arabi. Netanyahu e il leader di Yisrael Beitenu Avigdor Lieberman spingono per un'espansione degli insediamenti di coloni, quando una delle condizioni poste dai palestinesi è il ritiro dai territori occupati. Inoltre vogliono tornare a Gaza e spazzare via Hamas con ogni mezzo.
    Il tentativo della Livni di diventare il primo premier donna dopo Golda Meir sembra un'impresa disperata. Se Netanyahu rifiuterà il governo di unità nazionale, l'unico modo per avere una maggioranza sarà convincere Lieberman a entrare nel governo. Ma questo, qualora accadesse, potrebbe allontanare i partiti arabi, che contano 11 seggi, e gli stessi laburisti. Gli elettori arabi si sono presentati al voto in massa dopo che Lieberman ha proposto in campagna elettorale che tutti gli arabi di Israele giurino fedeltà al Paese se vogliono conservare la cittadinanza, ed è quindi improbabile che accettino di allearsi proprio con Yisrael Beitenu.
    Chiunque riceverà il mandato da Peres - e sarà probabilmente Netanyahu - avrà 42 giorni per formare una coalizione. Le trattatice saranno presumibilmente molto lunghe, e il premier uscente Olmert rimarrà al suo posto fino ai primi di aprile. Israele aveva bisogno di un leader forte, e invece si ritrova in un lungo periodo di disarmo politico.

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    10/02/09

    Lo scrutinio elettorale israeliano in diretta

    Israele/ Kadima in testa negli exit poll

    Tre diversi exit poll delle principali televisioni israeliane danno Kadima primo partito, seguito a brevissima distanza dal Likud. Il testa a testa delle ultime settimane è stato quindi confermato, così come il progressivo recupero di Kadima, e la perdita di consensi del Likud a beneficio degli ultranazionalisti di Yisrael Beiteinu.
    Secondo gli exit poll, Kadima di Tzipi Livni conquisterebbe 29 o 30 dei 120 seggi della Knesset, il Likud di Netanyahu 27 o 28, Yisrael Beiteinu 14 o 15 e i laburisti di Ehud Barak raggiungerebbero il peggior risultato della loro storia con 13 seggi.
    Nonostante la leadership. la Livni potrebbe avere dei problemi a formare il nuovo governo, perchè assieme agli alleati del blocco di centro-sinistra avrebbe solo 56 o 57 seggi, mentre il Likud, alleandosi con Yisrael Beiteinu di Lieberman e con gli altri partiti di destra raggiungerebbe 63 o 64 seggi, una maggioranza risicata ma pur sembre sufficiente per governare.
    La Livni, che già nei mesi scorsi aveva inutilmente provato a costruire una coalizione di governo dopo le dimissioni di Olmert, si è già dichiarata vincitrice e ha annunciato che formerà il prossimo governo, ma lo stesso ha fatto Netanyahu, a conferma del fatto che non sarà facile trovare un vero vincitore. Resta in piedi l'ipotesi di un governo allargato che comprenda i due principali partiti, anche se le differenze nei programmi sembrano insormontabili.

    Israele alle urne

    Oggi è il giorno delle elezioni anticipate in Israele per il rinnovo del parlamento nazionale, la Knesset, dopo il fallito tentativo di Tzipi Livni di formare un nuovo governo di coalizione a seguito delle dimissioni del premier Olmert.
    Il sistema elettorale israeliano si basa su un modello proporzionale con soglia di sbarramento al 2% per concorrere all’attribuzione dei seggi. Possono presentare liste di candidati solo partiti che siano regolarmente iscritti presso l’apposito pubblico registro, riconoscano il diritto di esistenza dello Stato di Israele quale Stato del popolo ebreo e la sua natura democratica, non incitino al razzismo, non sostengano la lotta armata contro Israele condotta da uno Stato nemico o da un’organizzazione terroristica (Fonte: Lumsa).
    L'ultimo sondaggi pubblicato prima del silenzio elettorale, venerdì scorso, ha mostrato un sensibile recupero da parte dell'attuale partito di maggioranza relativa, Kadima, anche se la principale formazione di opposizione, il partito di destra Likud, è ancora in vantaggio.
    Poche settimane fa, prima dell'attacco israeliano a Gaza, il Likud dell'ex premier Benjamin Netanyahu sembrava avere la vittoria in tasca, me il partito della Livni ha recuperato terreno e adesso sarebbe dietro il rivale di pochi soli due seggi parlamentari.
    In ogni caso, chiunque ottenga la maggioranza relativa dei voti dovrà per forza formare una coalizione per poter avere la maggioranza assoluta dei 120 seggi della Knesset, e in questo caso è il Likud ad avere un chiaro vantaggio grazie all'ottimo risultato previsto per il partito estremista di destra Yisrael Beiteinu, guidato da Avigdor Lieberman (foto), che rappresenta soprattutto gli ex emigrati del blocco orientale e fin dalla sua fondazione sostiene la linea dura nei confronti degli arabo-israeliani e dei palestinesi. Lieberman ha detto recentemente che contro Hamas Israele dovrebbe usare lo stesso trattamento riservato dagli americani ai giapponesi nel 1945. Il partito, nonostante le sue posizioni oltranziste attualmente sostiene il governo moderato di Kadima e dei laburisti, ma al prossimo giro potrebbe allearsi con il Likud. Yisrael Beiteinu, che alle scorse elezioni aveva ottenuto 11 seggi, stavolta viene dato a 18, risultato che porterebbe il partito laburista di Ehud Barak, con soli 14 seggi, ad essere relegato per la prima volta nella sua storia al ruolo di quarto partito della Knesset.
    Se questi dati sarebbero confermati, l'unica coalizione possibile per la Livni sarebbe quella formata con Lieberman e con i laburisti, ovvero una riproposizione di quella attuale, altamente instabile. A Netanyahu invece potrebbe bastare un'alleanza con Lieberman, ma se dovesse conquistare meno di 30 seggi anche questa coalizione sarebbe instabile, soggetta alle richieste del partito estremista, con Lieberman che chiederebbe per sè un ministero di peso - Difesa, Finanze o Esteri.

    02/02/09

    Israele - I sondaggi danno il Likud in testa

    A otto giorni dalle elezioni del 10 febbraio in Israele, il principale partito di destra sembra vicino ad ottenere la maggioranza relativa del seggi alla Knesset, il parlamento israeliano.
    Il Likud è guidato dall'ex premier Benjamin Netanyahu, alla guida del paese dal 1996 al 1999, ed è il partito che ha governato il paese fino al 2005 con Ariel Sharon, prima che lo stesso Sharon sposasse posizioni più centriste fondando Kadima.
    Secondo il sondaggio condotto dalla tv Channel 10 e dal quotidiano Haaretz il Likud conquisterebbe 28 seggi (29 secondo un'altra rilevazione) dei 120 della Knesset (attualmente ne ha 12), diventando il primo partito. Sembrano però esserci ancora delle speranze per Kadima, guidato dal candidato premier ed attuale primo ministro designato e ministro degli Esteri Tzipi Livni: l'attuale partito di maggioranza, dato per spacciato nei sondaggi dei mesi scorsi, recupera terreno e secondo l'ultima rilevazione otterrebbe 25 seggi (attualmente ne detiene 29). Un altro sondaggio di Tns Teleseker dà però Kadima a 23 seggi.
    I recenti attacchi a Gaza decisi dal governo Olmert sembrano comunque aver portato nuovi consensi al partito di centro, anche se questa crescita è più che altro il risultato di un rimescolamento dei rapporti di forza all'interno dell'area del centro-sinistra, che vede un crollo del Partito laburista del ministro della Difesa ed ex premier Ehud Barak. Proprio tra la Livni e Barak nell'ultima settimana sono cresciuti i disaccordi, con la Livni spostata su posizioni più oltranziste riguardo gli attacchi a Gaza e la costruzione di nuovi quartieri israeliani attorno a Gerusalemme Est, ovvero la zona che i palestinesi vorrebbero come capitale del loro futuro stato.
    I laburisti, alleati di Kadima e attuale seconda forza di governo, otterrebbero solo 14 seggi, contro i 19 attuali, e pagherebbero il prezzo più caro della nuova crisi con la Palestina.
    Guardando al quadro più generale, sono tutti i partiti di destra a crescere in maniera decisa: oltre al Likud, crescono anche gli estremisti di Israel Beiteinu (Israele casa nostra), che conquisterebbero 15 seggi diventando la terza forza del paese e superando i laburisti. Gli ortodossi sefarditi di Shas, ritenuti molto vicini al Likud, dovrebbero aggiudicarsi 10 o 11 seggi. In totale la coalizione di destra dovrebbe ottenere 65 0 66 seggi su 120.
    Il Likud e i partiti di destra sono fermamente contrari al ritiro degli insediamenti israeliani nei territori occupati, mentre il premier Olmert ha notoriamente posizioni più aperte, e recentemente ha parlato della possibilità di nuovi negoziati se la sua coalizione tornasse al governo e se da parte palestinese ci sarà predisposizione al dialogo. Netanyahu ha però già fatto sapere che se vincerà, non si sentirà in alcun modo vincolato alle promesse fatte da Olmert.